
.png)
© 2025 A.S.S.O. | Azienda Speciale Servizi Osimo | Tutti i diritti sono riservati | privacy policy | cookie policy
.png)
Palazzo Gallo (piazza Dante)
La famiglia Gallo è tra le più antiche di Osimo. II capostipite, un certo Battistino da Carpi, di professione armaiolo, vi giunse alla fine del Quattrocento. I figli, aromatari, si distinsero presto per doti e qualità, entrando così subito a far parte della nobiltà cittadina. Tra i membri più importanti della casata va senza dubbio ricordato Antonio Maria Gallo (Osimo 1553 - Roma 1620). Braccio destro del Papa Sisto V, nato a Montalto di Grottammare e quindi anch'egli marchigiano, Antonio Maria ricoprì le più alte e prestigiose cariche, divenendo Vescovo e Cardinale di Perugia, Vescovo di Osimo, Legato di Romagna, Protettore del Santuario di Loreto e Prefetto di varie congregazioni romane, Alla sua morte, la famiglia Gallo, che fino ad allora era vissuta insieme all'interno del palazzo voluto dal Cardinale e fatto edificare sull'omonima piazza, si divise. Un ramo di questa acquisì degli immobili che si affacciavano sull'attuale Piazza Dante, all'epoca denominata San Rocco, con l'idea di accorparli e renderli un unico fabbricato. Tale progetto necessitava di grandi lavori di miglioria e ristrutturazione che, tra alti e bassi, andarono avanti per tutto il Settecento. Inizialmente, per unire gli immobili, fu costruito un ponte coperto, così da lasciare il passaggio che conduceva alla retrostante piazza di Santa Lucia. Si parificò l'altezza dei tetti e si uniformò il prospetto, il tutto in totale armonia con il contesto urbano presente. Per dare maggiore dignità all'ingresso, si realizzarono un prestigioso portale in pietra d'Istria con balconcino in ferro battuto, un ampio vestibolo e un grande scalone interno. La costruzione di questi ultimi portò inevitabilmente all'eliminazione del passaggio tra le piazze – quella antistante e quella posteriore al palazzo – di cui però ancora oggi restano visibili le tracce (alcune tamponature nella parte centrale della facciata). Eventi promotori di tali opere di trasformazione furono due matrimoni: il primo, negli anni Trenta del Settecento, tra Giuseppe Antonio e la contessa Anna Tesini di Senigallia; il secondo, nel 1801, tra il conte Cesare Gallo e la nobildonna osimana Enrichetta Simonetti. La facciata Semplice, in mattoni e intonaco, la facciata è suddivisa in tre settori mediante lesene che arrivano al cornicione. II piano nobile si distingue per la presenza di un marcapiano e per le grandi finestre incorniciate con timpani alternati, triangolari e curvi. Mentre il piano del sottotetto ha piccole finestre quadrate anch'esse incorniciate con intonaco bianco, le finestre del piano terra, ex magazzini, sono molto più alte del piano stradale in quanto questo fu livellato a fine Seicento per abbassare l'area della piazza. Non si conosce il nome del progettista. Qualcuno ha ipotizzato Francesco Maria Ciaraffoni, anconetano e grande ammiratore di Vanvitelli, che lavorò a Osimo proprio negli anni in cui il conte Adriano Gallo commissionò il portale. Autore del vestibolo e dello scalone fu invece l'architetto osimano Romualdo Nelli. La grande statua di donna in gesso nella nicchia dell'abside, con una lancia in mano e con un cimiero con un gallo, animale simbolo della casata, come copricapo, raffigura la Fortezza, una delle 4 virtù cardinali, che assicura, in caso di difficoltà e avversità, la fermezza nella ricerca del bene. Ai piedi della scalinata vi sono alcune lapidi. Una di queste copriva il sepolcro del Cardinale Antonio Maria Gallo nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli a Roma, l'altra ne attesta il trasferimento a Osimo, sua città natale. Interni Dalla prima sala si accede al balconcino che affaccia su Piazza Dante. La fascia decorativa a ridosso del soffitto a cassettoni riporta gli stemmi delle famiglie con cui i proprietari contrassero matrimonio, come i Claudi e i Simonetti. Al centro, grande, campeggia il blasone con il gallo, simbolo dell'omonima dinastia. Il pavimento musivo, più moderno, in stile liberty, risale ai primi del Novecento. Si legge il motto della famiglia, "Fraudis venena nescit", "[che l'anima] non conosca i veleni dell'inganno", riconducibile al verso di un inno attribuito a Sant'Ambrogio, quale richiamo a una vita di fede, castità, fedeltà, calore e onestà che si può ottenere solo rifiutando l'inganno. Nella seconda sala si può ammirare l'affresco raffigurante il mito di Aci e Galatea, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. L'opera, quasi certamente attribuibile a Melchiorre Jelli, pittore austriaco che lavorò molto nella Marca d'Ancona e a Osimo, ritrae la bellissima ninfa dalla pelle diafana avvolta in un panno blu, mentre scende dal suo carro a forma di conchiglia. Sotto, sono visibili le spoglie mortali di Aci, il giovane pastore di cui Galatea é innamorata e per questo ucciso dal ciclope Polifemo, che, sorprendendoli abbracciati, accecato dalla gelosia, gli scaglia contro un masso – lo si vede frantumato, sullo sfondo – staccandolo dall'Etna.